Il 26 gennaio alcune immagini sintetiche di Taylor Swift, generate con un modello di intelligenza artificiale e sessualmente esplicite, sono circolate su X. Una ha raggiunto quarantasette milioni di visualizzazioni prima che l’account che l’aveva pubblicata venisse oscurato. Secondo 404 Media, provenivano da un gruppo Telegram in cui gli utenti si scambiano immagini di donne — famose e sconosciute — generate dall’IA. Nei giorni seguenti X ha disabilitato la ricerca per il nome «Taylor Swift», la Casa Bianca ha detto di essere «allarmata», e al Congresso è comparso il Defiance Act, un disegno di legge bipartisan che permetterebbe alle persone colpite di citare in giudizio chi produce o fa circolare quelle immagini.
Non è una novità, è uno spartiacque. Il deepfake non consensuale esiste da anni, le piattaforme che lo producono su commissione pure, e in Italia abbiamo già il nostro caso: a Sassari è in corso dall’autunno del 2023 un processo contro due uomini che avevano montato il volto di Giorgia Meloni su video pornografici e li avevano fatti girare. La parte civile della presidente del Consiglio ha chiesto centomila euro di danni, da devolvere a un fondo per le donne vittime di violenza. La differenza è che Swift è Swift, ha un pubblico di cento milioni di persone pronto a reagire e una stampa internazionale che la copre: la soglia dell’attenzione pubblica si è alzata di colpo. Fino alla settimana scorsa gli accenti erano messi sulla curiosità tecnologica («guardate che cosa riesce a fare l’IA»); da oggi, probabilmente, la conversazione sarà un’altra.
E qui, da un sito che si occupa di cinema erotico e pornografico, una cosa va detta chiara. Non chiamiamo porno queste immagini. La pornografia è una cosa fatta da persone che hanno scelto di farla, firmando contratti, comparendo con il proprio nome o con uno pseudonimo di loro scelta, ricevendo un compenso, assumendosi una parte della responsabilità di quello che si vede. Un’immagine sessualmente esplicita in cui compare, senza averlo deciso, il viso di una persona — famosa o no — non è pornografia: è un abuso. Nelle convenzioni internazionali il termine corretto è image-based sexual abuse, abuso sessuale per immagine. È un nome più difficile, ma dice le cose come stanno.

Non è un distinguo accademico. Chiamare «porno» questa produzione la assolve, le dà una patina di goliardia tecnologica, nasconde che chi la fa commette un reato e chi la condivide ne commette un altro. E spezza anche il patto che tiene in piedi il porno vero, cioè il consenso di chi ci sta dentro.
Che poi lo si fermi davvero, questo mercato, è un’altra questione. I modelli IA sono scaricabili, i gruppi Telegram si moltiplicano, le piattaforme reagiscono dopo i picchi mediatici e tornano a far finta di niente. Ma almeno chiamiamo le cose con il loro nome. Un sito che per mestiere prende sul serio il cinema erotico ha, su questo, una ragione in più di tutti gli altri.

