Il Cinema Miramare di Rimini, in viale Oliveti, è stato messo all’asta dal tribunale a metà luglio: prezzo base 191.000 euro, nessuna offerta, nuovo tentativo dopo l’estate con base più bassa. Era uno degli ultimi cinema a luci rosse della Riviera romagnola: nato come arena all’aperto, poi convertito in sala specializzata, chiuso durante il lockdown del 2020 e mai più riaperto. Il proprietario è morto nel 2021.
Se il Miramare è una fine simbolica — una Rimini senza il suo cinema vietato ai minori ha qualcosa di innaturale — i numeri generali raccontano una storia più secca. Un reportage del Fatto Quotidiano dell’estate 2021 contava, in tutta l’Emilia-Romagna, sei cinema a luci rosse ancora attivi: Ariston a Forlì, Modernissimo a San Giovanni in Marignano, Mignon a Ferrara, Nuovo Cinema Odeon a Modena, Corallo a Bologna, e il Miramare di Rimini. Oggi questa lista è già vecchia: a Milano il Pussycat ha chiuso nel 2019, l’Excelsior di Bologna a dicembre 2020. Dei leggendari ventisei cinema per adulti di Milano degli anni Settanta, non ne è sopravvissuto nessuno.
Quarant’anni fa in Italia le sale erano millecinquecento, con ottocento dipendenti. Nel 1977 fu il Majestic di Milano a inventarsi le «luci rosse» sulle insegne, l’etichetta che poi è passata alla lingua. Nel 1981 le pellicole stampate per queste sale arrivarono a venti milioni di metri. Un sistema industriale, con la sua economia e il suo pubblico. La discesa è iniziata con le VHS, è proseguita con il DVD, si è chiusa con Pornhub.
Di cosa resti, lo avevamo scritto già nel gennaio 2015, con l’affetto di chi era diciottenne negli anni Ottanta, aveva provato a bucare la cassa dell’Aphrodite di Milano e aveva passato pomeriggi all’Apollo di Arcore tra cori e tifo da curva. Otto anni dopo, quella lista si è accorciata ancora.
La sala a luci rosse non è mai stata, in realtà, il luogo dove si vedeva il film. Il film si guardava a casa, con un po’ di coraggio, dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi. La sala era un rito sociale di tutt’altro tipo: una platea di soli uomini, in silenzio, con eccezioni rumorose; il buio e la luce del proiettore; un contratto tacito sul fatto di non riconoscersi in strada. «La nostra non è una platea esaltata», dice al Fatto Cristina P., che gestisce l’Ariston di Forlì da una famiglia che fa questo mestiere da centovent’anni. Era un modo di stare al mondo degli adulti maschi di una certa generazione, e sta finendo con loro.
C’è qualcosa, in questa sparizione, che va al di là della fine dei cinema porno. È la fine di un tipo di spazio pubblico, in cui a essere condiviso era proprio quello che a casa stava in privato. Pornhub, nel confronto, è una cosa tecnicamente molto efficiente. Ma non è un cinema.

